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Una notte della vita esteriore, di Pina LABANCA

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Una notte della vita esteriore

 Racconto di Pina LABANCA

                                                              Ho altre cose da mostrare,

                                                              ma più di ogni altra, il mio corpo.

                                                                     Alice Walker, Ogni Mattino

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«Voglio uno specchio.».

La signorina con il camice bianco e l’alito di fumo mi guarda indispettita; infine, torna con una siringa e m’inietta nel sangue un calmante. Non ha capito un cazzo. È da giorni che sto sdraiata in questo letto: voglio vedere che faccia ho.

Camicia da notte o pigiama, vestaglia, ciabatte, tutti scapigliati, odore di disinfettante e di brodo e di morte, l’odore del proprio corpo, tubi che sbucano da braccia da pance da sessi, la pelle vecchia: così per tutti, ma non consola. Fuori di qui, anche gli altri avranno facce diverse? Qual è la vera espressione del loro viso? O è questa quella autentica, per me e per loro?

Ma qui, forse, nemmeno mi ci guardano in faccia! Qui il fatto centrale è il corpo, senza faccia. Arrivano e tirano giù il lenzuolo e tirano su la camicia da notte: e guardano, scrutano, toccano; in questi giorni che mostro tutta la mia bruttezza. Come fossi a uno stato primordiale: peli, sporcizia, puzze. Esposta, vergognosamente.

La mattina il cambio lenzuola e traverse e federe: tutto di un bianco ingiallito e inodore, il lavaggio sommario del corpo con salviette imbevute che spalmano e impastano addosso il sudore, il bidet fatto all’acqua di rose. Farabutti! Lavatemi!, ché mi sento ripugnante.

Finisce l’effetto della morfina e inizia a martellare il dolore e parte il moto dei pensieri. Datemi la morfina! Imbottitemi di morfina finché crepo!

Vedo gli altri strisciare fuori dal letto come invertebrati, trascinarsi per il corridoio con una specie di attaccapanni dal quale pende un pranzo che non ha sapore, mentre da mezzo le gambe ciondola un sacchetto trasparente con l’urina in bella vista o, nell’estremo tentativo di privatezza, celato in una busta vezzosa che niente lascia all’immaginazione. È esposto il corpo: la parte esterna, come presenza mondana e involucro, e la parte interna, come viscere e rifiuti. Sono la mia anatomia. Non è come quando si va in giro per strada: “Mettiamo in mostra il corpo! Siamo diventati osceni!” oh, no, non è esibizione del corpo quella.

La pornografia è qui, in ospedale.

La sconosciuta nel letto accanto al mio, costretta io e costretta lei a condividere tempo e spazio in un periodo di indimenticabile debolezza, chiede la padella per andare di corpo. Caca davanti a me. Mi sottomette: devo fiutare la puzza e sentire il rumore. Mi viene da vomitare, eppure cerco di mantenere il contegno per non mortificarla ulteriormente. Forse cacare è l’attività più intima, ancora coperta da un velo di riservatezza – neanche al Grande Fratello mostrano i concorrenti intenti nella defecazione – invece noi due ce ne stiamo qui, ognuna con il volto girato verso il proprio muro: una che mormora perdono e l’altra che rassicura; ma entrambe vorremmo essere sole: una per cacare in santa pace e sentirsi liberata da tutte le scoregge che si sente di fare, l’altra per evitare di ingoiare la nausea della puzza altrui e, mettendosi nei panni di quella, immagina la vergogna che si può provare. Stanotte è di turno l’infermiera snob, quella che crede di essere al Grand Hotel, sarà costretta a sorbirsi anche la predica: «Come una bambina che non riesce ancora a sedersi sul vasino.» Ma che crede?, sciocca ragazza!, che quella non preferirebbe alzarsi e sedersi sulla tazza ed evitare lo spettacolo di una cacata pubblica? Se ce la facesse ad alzarsi… Il dolore dappertutto, la paura che i punti possano scucirsi o il tubo del drenaggio sfilarsi, è questo che dà il coraggio alla poveretta di farla qui.

Ecco, ha cacato e ora russa beata.

Perché mi ripetono che se ho bisogno di un infermiere devo schiacciare il pulsante rosso se quando lo pigio non si precipita nessuno?!

Chiedere Posso? Posso?, neanche da bambina lo facevo: allora sperimentavo. Posso girami su un fianco? Posso bere un sorso di acqua? Posso mettermi una mano tra le cosce?

Voglio sapere se mi sento. Se riuscissi a provare un orgasmo forse starei meglio. Un collaudo, ora, da sola, prima di ritrovare lui.

Ho paura di non essere più desiderabile: il mio corpo è guastato da una cicatrice. Provo a immaginarmi nel corpo di un’altra, o di quella che ero, ma c’è poco da fare: non mi sento a mio agio. Sollevo la camicia da notte e tocco. “È soltanto una ferita!”: sì, ma sfigura la MIA pelle.

Non sento niente, è come se non stessi toccando il mio corpo, è come se neanche le mani fossero le mie, è come se stessi assistendo a una scena che non mi riguarda. Forse è solo perché ho paura di staccare il tubicino del catetere? sì, sarà per questo, dev’essere così, non è che sono diventata frigida...

Russa, fai bene! Aumenta ancora di più il ritmo, su! Non fermarti! Almeno capisco che sei viva! Sono io che non so se sono viva o sono morta: mi tocco e non mi sento. E non so che faccia ho e se ne ho ancora una: una mia. Tutti uguali qui, eh?! Tutti brutti, con occhi di bestie e corpi putridi.

Vorrei essere la sola paziente, avere l’assistenza esclusiva; c’è sempre qualcuno che schiaccia quel fottutissimo pulsante prima di me.

Tutti egoisti. Lo diventiamo qui o lo siamo? Se la carne mutante può essere la possibilità di una metamorfosi del comportamento… Sono feroce, la donna pacata che ero è stata squartata sul tavolo operatorio.

«Ancora la storia dello specchio?».

«Sì! E altra morfina. Stanotte non va. È come se il tessuto della pancia fosse dilaniato da cani affamati. Oltre a ciò, si affastellano pensieri nella testa.».

«È normale, non preoccuparti. Capita a tutti. Passerà.».

È normale, non preoccuparti, capita a tutti, passerà. Ma chi l’ha messa qui dentro questa? La carne mi viene strappata a mozzichi, odio profondamente senza distinzione, compresa quest’altra disgraziata che continua a russare come se fosse una notte qualsiasi, e lei dice “Capita a tutti. Passerà.”. Grazie al cazzo che passerà, e non me ne fotte se accade a tutti, io non voglio che capiti a me. Un istinto omicida, senza pentimento: sparare in bocca ai cani che mi lacerano le interiora e in testa a questa cagna che non capisce se le chiedo uno specchio.

Capita a tutti. Forse voleva ripetere che tutti i malati vengono trattati con superficialità da tutti i sani: forza, passerà, non è niente, tornerai più forte di prima, e bla bla bla.

Ma poi, cosa vorrei sentirmi dire, io non lo so. Non chiedo neanche di essere compatita.

Bisognerebbe inventare un linguaggio nuovo da parlare agli ammalati; e un comportamento nuovo da mettere in atto di fronte a loro. Chi dovrebbe crearlo? Non certo un sofferente, ché si aspetta sempre una rivelazione. I sani, lo capiscono o no che non c’è scelta: mi ritrovo all’improvviso un altro corpo e questo cambiamento esteriore diventa il centro?

Cristosantissimo!, non essere neanche autonoma! Voglio alzarmi senza temere di strappare la carne, voglio andare nel bagno: finalmente guardarmi allo specchio; sentire la pipì che scorre e fa rumore nel vaso: rendermi conto che sto pisciando. Lavarmi la fica aprendo le labbra: insaponarla e sciacquarla in profondità. Strofinarmi tutta. Sentirmi profumata. Pulita.

«E se non mi riconoscessi? Se non ritrovassi nello specchio la faccia che ho lasciato a casa mia prima di essere scarrozzata qui da un’ambulanza?

Rientrare a casa, infilare le chiavi nella toppa, vedere la porta aprirsi: sì, è casa mia. Ogni cosa è a suo posto, il sale dove tengo il sale, il caffè dove tengo il caffè, il libro sul comodino. Tutto in ordine, tutto riconoscibile come mio: tranne io. Incontrare il mio uomo e presentargli la sua nuova compagna.».

«Calma, calma. Adesso ti porto la morfina.».

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