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Albanesi in Grecia dal protomedievo agli inizi dell’Età moderna. Esegesi storica attraverso fonti Veneziane e Catalane

Albanesi in Grecia dal protomedievo agli inizi dell’Età moderna. Esegesi storica attraverso fonti Veneziane e Catalane Featured

Albanesi in Grecia dal protomedievo agli inizi dell’Età moderna. Esegesi storica attraverso fonti Veneziane e Catalane

           s200_vincenzino.vaccaro.jpg   di      Vincenzino Ducas Angeli

Il bizantinologo russo Alexander Vasiliev ci fa osservare che nella prima metà del XIV secolo, gli albanesi cominciarono per la prima volta a svolgere un ruolo primario nel sud della penisola Balcanica. In quel periodo ebbe inizio una massiccia migrazione di albanesi verso la parte meridionale, estendendosi, nel secolo XV, in tutta la parte centrale della Grecia, nel Peloponneso, nell’Eubea e in molte altre isole dell’Egeo

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1. Ma grazie ad altri studi, ben conosciuti degli eruditi francesi, tedeschi ed in particolar modo dei greci, gran parte degli aspetti oscuri della storia della Grecia medievale, alla fine del XIX secolo, hanno avuto degna ed inattesa luminosità. La base del loro lavoro, questo va ricordato con dovizia, sono state le notizie apprese attraverso le cronache locali, in parte andate perdute per l'invasione turca, ed il monumentale carteggio offerto dagli Archivi Veneziani, Spagnoli, Francesi ed in parte anche Italiani. Soltanto nell'isola di Cipro, ci ricorda Kostantinos Sathas, esse sfuggirono alla catastrofe dell'ira musulmana e tra queste le Cronache di Cipro di Leontoi de Macheras scritte intorno al 1320 e rivelatesi importanti per questa indagine storica.

2. Nelle Cronache di Cipro il Macheras scrive: "Gli Albanesi si stabilirono nell'isola intorno al VI secolo formando una casta a sè tutt'ora esistente" ed il Sathas, in questa evidenza storica, rileva: "E' da considerare incredibile ed insostenibile ogni teoria di invasione slava in Grecia, riconoscendo nella Grecia moderna una pronunciata presenza dell'elemento albanese, soprattutto quella che la lingua albanese ha esercitato su quella greca" – e proseguendo - "La soluzione di questa questione ci permetterà fino a quale punto l'albanese ha influenzato l'idioma cipriota e quello della Grecia tutta"

3. Molti studiosi hanno determinato le prime migrazioni albanesi in Grecia tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300 e questo perché, o mancanti della necessaria informazione storica, o perché, i vari nazionalismi greci, serbi e bulgari hanno volutamente occultare presenze massive di questa etnia in Grecia fin dal VI secolo

4. Attraverso le notizie offerteci dal Makeras, non si può non ritenere che le migrazioni del XIII non sono da considerare come le prime di una lunga serie.

Tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300, numerose tribù albanesi, per sfuggire alle continue lotte tra i Thopia e i Balsa, il rigoroso regime feudale imposto dagli Orsini, nonché dal giogo di una inaudita fiscalità imposta soprattutto dagli slavi, si stanziarono, attraverso i monti del Pindo, in Tessaglia e furono così tanti da saturare quasi tutte le contrade di quella regione della Grecia. Al riguardo Giovanni Cantacuzeno, imperatore e cronista bizantino così scrive: “Sirgianni (nei tempi di Andronico II basileus dei romei dal 1282 al 1328) traversando i Locri e gli Acarnani, si rifugiò presso gli Albani i quali abitano circa la Tessaglia; sono essi uomini agresti, dediti alla pastorizia e vivono con le proprie leggi.”5 Continua il Cantacuzeno: “...mentre l’Imperatore era nella Tessaglia, gli Albani che riseggono nelle montagne di quella regione, e vivono senza Re, chiamandosi Malacasi, Bovii ( Bua, Lopesi) , e Massareti dal nome dei loro

condottieri, del numero di 12 mila vennero a tributargli ossequii; poiché temevano non essere distrutti dai Romani durante l’inverno; difatti non abitando veruna Città, ma in luoghi montuosi e scoscesi, pensavano poter essere facilmente oppressi in quelle montagne altissimeper il freddo e per le nevi.”6

Agli inizi XIV secolo altre ondate migratorie di albanesi investirono superbamente la Tessaglia denominata anche dagli occidentali come Blachia (Valachia) e di questo ne fa chiara menzione Marino Sanudo il Vecchio in una sua relazione al Bisbe (Vescovo) di Capua e riportata fedelmente nel latino dell’epoca da Rubiò y Lluch nei Diplomatari dell’Orient Català: “ Venecia, 1325. Carta de Marino Sanuto al Bisbe de Capua en la qual dòna moltes informaciones sobre els Catalans d’Atens i Neopatria.

“Deus missit hanc pestem patriae Balchiae supradictae, quia ipse miserat quodam genus, Albanensium gentis nomine, in tanta quantitate numerosa, quae gens omnia quae erat extra castra penitus, tam eorum quam Castellanorum fuerunt, quam etiam eorum quae tenebantur a grecis: et ad praesens consumunt et destruunt taliter, quod quasi nihil remansit penitus extra castra. Castellani et graeci fuerunt quandoque simul ad expellendum Albanenses illos, sed nullatenus potuerunt, dicitur etiam quod Albanenses illi volebant recedere a patria supradicta, silicet Balchiae, quibus recedentibus occurrebant alii ejusdem gentis plurimi, dicentes illi: < quare hinc receditis? > responderunt: < quia non potuimus hic aliquod forilitium obtinere > quibus illi addierunt dicentes: < nolite, hoc facere, quia multi cum uxoribus et filii in vestrum adjutorum huc venimus; et ideo omnes simul ad parte Balchia redeamus

>. Et sic omnes pariter sunt reversi. Istam invasionem Albanensium utilem fore reputo illis qui confines sunt Castellanis predictis.” 7

Da questo ulteriore e validissimo documento si desume che questa ondata migratoria di Albanesi verso la Tessaglia fu notevolmente massiccia, tale da produrre, anche per motivi logistici, trasmigrazioni in altre aeree della Grecia.
A favorire tali trasmigrazioni fu senza dubbio la peste nera che, tra il 1347 e il 1348, si è propagata in tutte le regioni dell’Impero Bizantino. In Attica e nel Peloponneso circa la metà della popolazione indigena fu decimata da questo flagello.

Intorno al 1370 gli Albanesi cominciarono ad infiltrarsi nella Beozia, nella Locride e nell’Attica, accogliendo soprattutto l’invito rivolto a loro dal Ducato Catalano di Atene e Tebe per ripopolare e rinsanguare quelle terre devastate.
Faro luminante è da considerare la ricchissima documentazione depositata nell’Archivio della Corona Aragonese di Barcellona che, nello specifico, illustra con chiarezza il fenomeno immigratorio albanese in quelle regioni che Rubiò y Lluch nei suoi Diplomatari così riporta:

Diplomatari de l’Orient Català

Lo Rey d’Aragò, a Nos es estat suplicat que volguessem atogar a tot Grech et Albanès qui vulla venir en lo Ducat de Athenes que sia franc per II anys.8

Chiamiamo tutti i Greci e gli Albanesi che vogliono venire a stabilirsi nel Ducato di Atene
Concedendo loro che per due anni siano franchi da pagamenti.

Diplomatari de L’Orient Català Saragossa, 31 abril 1381

Pere III escriu al comte de Demetriade i als Albanesos sotmesos seu agraint-los llur defensa dels Ducats, i participant- los el nomenament de Rocaberti.

“En Per etc. als noble amat e feels nostres lo comte Mitra (Demetrio) et tots altres Albanenses habitant en lo terme de la Allada, salut e dilecciò. Plenament som informats que vos e tota l altra bona gent vostra axì com a bons e leals vassals nostres e amants la honor de la nostra corona, havets defensat los ducats nostres de Athenas de la Patria e tots los castells e terres de nostre così Don Luis de Aragò contra los Navarros e altre enemichs nostres, la qual cosa vos grahim molt e us entenem fer gracia e mercè, confiants que ad aquì avant continuaret be e leyalment lo nostro servey. E com nos de present trametam als dits ducats lo noble e amat conseller nostre mossen Philip Dalmau vescomte de Rocaberti axì com a vicari e regidor dels ducats nostres ab plen poder, per co us dehim e manam que l dit vescomte rehebats e tingats per vicari e lochtinent nostre e a ell obeescat e ajudets contra los dits

Navarros e altre e altres enenichs nostres, e en totes altres coses axì com a la nostra persona. E noresmenys donats fe e creença a tot ço que l dit vescomte vos dirà de part nostra, certificants vos que nos havem fet manament al dit vescomte que a nosaltres tenga en bona pau e concordia axì com a feels e amats vassalls nostres. Dada en çaragoça a XXXI dies d abril en l any de la nativitat de Nostro Senyor MCCCLXXXI.

Rex Petrus.9

Iniziò così l’espandersi delle popolazioni albanesi, agevolati nelle acquisizioni di terreni e di diritti, in altre vaste aree della Grecia, sia come forza di lavoro che militare. La loro fama di essere ottimi guerrieri a cavallo e, non di meno, diligenti nell’arte della

pastorizia e dell’agricoltura, venne ben presto conosciuta e in seguito apprezzata dai Paleologhi e dai vari potentati europei signoreggianti nel medio evo gran parte della Grecia.
E’ generalmente noto fra gli studiosi bizantini e greci che i despoti del Peloponneso favorirono la colonizzazione delle loro terre da parte degli Albanesi e questo fin da quando imperava Manuele Cantacuzeno (1350). Questo sicuramente fu dovuto dalle seguenti cause: incremento demografico e soprattutto relativamente la salvaguardia dell’aspetto rurale; la disgregazione dell’agricoltura e della pastorizia dovuta dalle lunghe guerre con i Latini, le rivolte civili, le incursioni dei turchi e maggiormente la peste nera, di cui già si è fatto cenno, che ha flagellato la Morea nel 1347 e nel 1383. A tal proposito Manuele Paleologo, nell’Orazione funebre dedicata al fratello Teodoro,

così scrisse: “I nuovi arrivati si insediano in contrade desolate, molte di quelle sono spesso rifugio dei briganti. Nelle mani di esperti agricoltori, esse saranno diversamente piantate.”10

I Paleologhi, inoltre, aspiravano alla formazione di una milizia atta a difendere il paese contro i nemici stranieri, in particolar modo i Veneziani e i Turchi e quelle frange di elementi locali che turbavano il Potere Centrale. Fin dalla metà del XIV secolo Manuele Cantacuzeno utilizzava le milizie albanesi, ma non si trattava ancora di una problematica colonizzazione massiva. Essa avvenne sotto il despotato di Teodoro, precisamente tra il 1404 e il 1406, allorquando gli emigrati albanesi raggiunsero il numero di 10.000. Tuttavia non ci è dato sapere se si trattasse di uomini atti alle armi o a famiglie.11

Grande rilievo assume la notizia attinta dagli Annali Veneti del Provveditore Generale Stefano Magno, che numera gli Albanesi nel1453 nel Peloponneso a 30.000 unità.12

Nel XIX secolo, lo studioso tirolese J. Fallmerayer, nei suoi viaggi attraverso la Grecia, notò in Attica, in Beozia, in Argolide e in tutto il Peloponneso, un notevole numero di albanesi, che nella maggior parte dei casi non conosceva la lingua greca, ma solo quella loro.13

La maggior parte di questa popolazione si diresse verso L’Arcadia fino a Karytaina, Tegea e quei luoghi oggi denominati Lusi e quindi proseguendo verso l’Acaia, l’Elide l’Argolide e la Messenia.14

Secondo lo storico greco Panayotopoulos, gli albanesi nel Peloponneso si insediarono nelle regioni montagnose, abitando in piccoli villaggi liberi, distanti da città o da località fortificate, che non superavano il numero di 10 famiglie.15
Essi erano addetti principalmente all’agricoltura e alla pastorizia, altri, con regolari contratti, lavoravano le terre a mezzadria nei grandi latifondi. Tuttavia, molti di loro, venivano reputati ottimi guerrieri e cavalleggeri, mercenari di fama in tutta la Grecia: gli Stradioti, i quali ben presto, grazie alla loro destrezza, ottennero dalle varie signorie onorificenze, terre e denari, dando vita, così, ad una casta di feudatari a sé.16

Tuttavia, nel corso degli ultimi anni di vita del Despotato e gli anni della resistenza veneziana, molti capi Albanesi si resero illustri nelle guerre contro i nemici dei signori Bizantini, occupando posti di rilievo nell’esercito dei despoti. Di conseguenza, si

2. 3.un frammento del documento ritrovato dal prof. Vranoussi:

1. Horismos du despote Thomas Paléologue ορισμός (Ι, 1. 23) [novembre], indiction [15]

[fr, colonne A] [1451]

manifesta chiaramente la determinazione degli Albanesi che nel 1453 si sollevarono in rivolta contro il Despotato e le signorie locali, evento considerato come il culmine dell’antagonismo tra Greci ed Albanesi. Tutto ciò fu dovuto, senza dubbio, alla disintegrazione dell’autorità centrale nel Peloponneso e allo sfruttamento, soprattutto fiscale, da parte del Despotato e delle signorie greche. Sicuro è che, con la grande rivolta del 1453, gli Albanesi intendevano fondare un principato proprio dopo aver espulso i greci.17

Una interessante scoperta recente fatta dal Prof. Leandros Vranoussi, membro

dell’Accademia e dell’Istituto di Ricerca per gli Studi Bizantini di Atene,18 ha messo

in luce alcuni documenti bizantini, risalenti agli anni 1436-1451 dove si annoverano

nomi di capi famiglia Albanesi stanziatisi nel Despotato di Morea e da esso sottoposti

al pagamento dei tributi. Questa tassa dovuta al Potere Centrale viene identificata con

il nome di “floriatikon” o capitoli e fondi destinati alla fortificazione dell’Examilion.

Due sono i katun ossia paesi o villaggi abitati dagli Albanesi debitori che vengono citati

nel documento: Palumbi e Zoga. Secondo il Panayotopoulos queste località dovrebbero

trovarsi in Arcadia e precisamente nei pressi di Karithina e Lusi. Nel documento,

inoltre, si evidenziano i nomi dei capi famiglia come: Zoga, Pellumbi, Suli, Dara,

Conto, Sarachini, Andreas, Lata, Dragza, Damiza, Demestica. A tal proposito,

4.
άν υπ[αρ]χωσιν οΐ από τού κύρ Κώντου του Παλούμπη/3 της Κατοΰνης, δ τε Γκίνης ό δ(οϋ)λος τού Δούκα, Γ(ε)ώργ(ιος) ό Λόπεσις όστις εκεί σε, Μπούρα(ς) ό Λόπεσις ?κείσε, Με-/5 γξας ο Λόπ[ε]ο/ης έκεϊσε, Τάδος ο Γολέμης έκεϊσε,/6 Γεώργ(ιος) ό Γολέμης έκεϊσε, Μουρίκης ό Πεντένης εκείσε,/7 Βλάσιος Q Παλούμπης έκεϊσε, Μιχαήλ ό Παλού-/8 μπης έκεϊσε και "Αγγελος ό Παλούμπης όστις ένει/9 άπο τού Πούμπα καί Πέτρος ό Πούμπας έκεϊσε·/10 Ανδρ(έας) ό Λόπεσις όστις ενι άπο τού Παλούμπη και αύτ(ός)·/11 Σαρακίνη[ς] ό Μπέτζης όστις ενι έκ τού Κομ... και Μπρα- /12 της ό Τρούσας όστις ενι είς τού Τρούσα και Λάζαρος/13 ό Ζώγας, όστις ενι εις τού Ζώγα και Δήμ(ας) ό Φίλιας/14 όστις ενι είς τού Φίλια, ελεύθεροι και ασύνδοτοι της/15 δόσεως τού φλωριατικού αυτών και ουχ ειίρωσ(ιν) παρά τι-/16 νος των εξυπηρετούντων την τοιαυτην άπάρτησ(ιν)/17 τού φλωριατ(ικ)ού την τυχούσαν

f Τη έμφαν[εία τ]ου παρόντος ορισμού τ(ης) βασιλεί(ας) μου διοριζόμεθα/2 ώς

riporto

έπήρειαν ή διασεισμ(όν) ou-/18 χε ÇQ-ÇJ τού ένεστώτος χρόνου τοΰ φλωριατ(ικ)ού αυτών où/19 είς το εξής αλλ' υπάρχωσ(ιν) πάντη ελεύθεροι και άναπαί-/20 τη[τοι] ώς άπαξ εύεργετηθέντες τούτο παρά τής βασι-/21 λεί(ας) μου δια τού ότι όφείλωσ(ιν) έκδουλεύειν τός βασιλεί(ας)/22 μου μ(ε)τα άλογων και άρμ(ά)τ(ων) αυτών ένθα άν όρίζοντ(αι)· και είς/23 τήν περί τούτου δήλωσ(ιν) έγένετο και ό παρών ορισμός/24 τής βασιλεί(ας) μου, μηνί [vacat], (ίνδικτιώνος) [vacat]. [ipsa manu)/^ fév μην(ί) Νοε(μ)6ρ(ίω) κθ', (ίνδικτιώνος) ιε', έπαράδωκα έγώ Γεώργ(ιος) ο Λό-/26 πεσις την αυθ(εντίαν) μου τ(ον) Κώντο (νομίσματα) ρκθ'(και ήμισυ) εις τ(ον) πλάταν(ον)/27 fçv μην(ί) Νοε(μ)6ρ(ίω) ιζ' επαράδωσα έγώ Γεώργ(ιος) ο Λώπεσις/28 τ(ον) αυθ(έντην) μου τον Κωντ(ον) (νομίσματα) σιη'/29 του κ(α)τά πάντα τ(ης) ... άντιλή(ψεως) Γεωργ(ίου) γραμματ(ικ)οΰ τού Ιερακαρι/30ου από... χεσ.. δπερ ενε είς δύναμίν μου.../31 όριζε μ(ε) να σε δουλεύω ώσπερ ϊδιόν/32 μου καλόν, και οΐ χρόνοι της άντιλή(ψεως) σου πολλοί και καλοί.19 L. VRANOUSSI, Deux documents byzantins inédits sur la présence des Albanais dans le Péloponnèse au XVe siècle 293-305 in ΟΙ ΑΛΒΑΝΟΙ ΣΤΟ ΜΕΣΑΙΩΝΑ, Atene 2015.

Gli Archivi Veneziani, nonostante le molteplici avversità, del tempo, degli incendi e in maniera minore della negligenza del singolo, sopravvissero nelle turbolenze dei secoli, giungendo a noi quasi del tutto integri. Sono un grande tesoro di materiale storico unico al mondo, sia per importanza che per ricchezza. I documenti di questo “gioiello”, fino a qualche decennio fa, il più delle volte non venivano catalogati ed accorpati in registri, ma formavano solo una raccolta di fogli volanti e, come scritto sopra, spesso preda di furti, delle ingiurie del tempo e dei possibili incendi. Tutt’oggi questi Archivi sono una inesauribile fonte di carteggi, ove il ricercatore può attingere materiale inedito e non, per gli studi su quella che è stata la maggiore potenza marittima, nell’arco di diversi secoli, del Vecchio Mondo: la Talassocrazia della Repubblica Veneziana (θαλασσοκρατία).

Gli Archivi Veneti sono complessi e quindi richiedono capacità e passione e quasi sempre un rigore scientifico e un armamentario di conoscenze che possono arrivare anche da altri ambiti, come avere una certa padronanza sulle lingue sulle quali si lavora, (nei suddetti Archivi prevale la scrittura in latino medievale o dialetto veneziano) in quanto è necessario non fare affidamento unicamente sulle opere tradotte ma anche sul bisogno di esaminare minuziosamente documenti in archivi pubblici e privati in lingua originale. Vale lo stesso per l’italiano volgare o per il greco e il latino. Le cancellerie veneziane, in particolar modo, dagli inizi del XIII secolo decisero di utilizzare il “sermo vulgaris”, il latino volgare, ufficializzato definitivamente nel 1402 con una deliberazione dello stesso Maggior Consiglio, scritta in volgare, che istituì la cancelleria « Secreta », cioè una sezione separata degli uffici di palazzo in cui sarebbe confluito il " materiale ritenuto meritevole di adeguata riservatezza". Una mole di documenti ci viene offerto in proposito dalla Cancelleria Veneta, nello specifico dalla Cancelleria Segreta, dalle Relazioni o Giornali del Senato, dai Dispacci dei vari Provveditori operanti in territorio greco come Jacomo Barberigo provveditore militare nel Peloponneso dal 1455 al 1466 e Bartolomeo Minio provveditore a Nauplia o Napoli di Romania dal 1479 al 1483; dalla Scuola dei Diaristi dove i maggiori esponenti furono Marin Sanudo e Stefano Magno alias Emmanuele Cicogna. In definitiva una documentazione che ci mostra nella sua interezza la politica talassocratica e coloniale, sulle coste e sulle basi adriatiche e ioniche, della Repubblica di Venezia fino alla sua decadenza, che pone in evidenza anche l’aspetto, oltre che economico, anche sociale e politico.

Il governatore civile e militare delle Isole Jonie era il Provveditore generale da Mar, che risiedeva a Corfù e aveva il supremo comando della flotta armata veneta (prima metà del ‘500-1797). Nei primi tempi era eletto solo in caso di necessità e normalmente non c’erano che i Rettori delle isole. In varie occasioni di guerre per l’assenza del Provveditore generale da Mar venne nominato un Provveditore generale delle tre Isole. Gran parte dell’Archivio del Provveditore Generale da Mar, molto importante specialmente per la storia della Marina veneta, andò distrutta il 21 settembre 1718 nello scoppio ed incendio della cittadella di Corfù. Altra parte fu dispersa dai Francesi dopo la caduta della Repubblica Veneta. Qualche frammento perciò potrebbe forse trovarsi presso il Ministero della Marina francese.20

A favorire la “colonizzazione” di Venezia di gran parte delle coste e di isole importanti della Grecia, fu sicuramente la fine della Quarta Crociata, nel 1204, voluta dalle potenze cristiane occidentali, alle quali la Repubblica era alleata. Dopo la presa e il sacco di Costantinopoli e l’incoronazione di Imperatore d’Oriente di Baldovino IX di Fiandra, Venezia nella spartizione del grande Impero Bizantino, pretese ed ottenne gran parte delle coste occidentali e non della Grecia, le isole di Eubea ex Nigroponte, la quale per un certo periodo fu infeudata della famiglia Carceri di Verona passando nuovamente sotto la signoria di Venezia nel 1366), Andros, Candia, Idra, Leucade, Santorini, Cefalonia, Creta, Nasso, Egina, le fortezze di Corone, Modone, Nauplia o Napoli di Romania e Maupasia o Malvasia, in sostanza tutti i punti strategici più rilevanti del Peloponneso, del Braccio della Maina e della Laconia.

La pace stipulata a Torino tra Venezia e Genova del 1381, avviò la Serenissima a una nuova grande ondata espansionistica oltremare, che si protrasse per tutto il Quattrocento e andò spegnendosi col finire del secolo. L'acquisizione più importante, negli ultimi anni del Trecento, fu Corfù, che si diede a Venezia nel 1386 dopo la caduta dei suoi precedenti signori, la famiglia Tocco. In quella stessa occasione Venezia acquisì le piccole isole limitrofe di Paxo e Antipaxo (Paxos e Antipaxos), e Butrinto (Bouthrotó), sulla terraferma antistante. Tre anni dopo passò sotto il gonfalone di San Marco anche Nauplia (Nauplion), chiamata dai Veneziani "Napoli di Romània", un'importante base sulla sponda nordorientale del Peloponneso. Nel 1390 furono assoggettate le isole cicladiche di Tino, Micono e Delo, e nello stesso anno il governo diretto di Venezia fu imposto a Negroponte, fino ad allora soggetta solo in parte alla giurisdizione della Serenissima. Essa, padrona in Grecia di molte fortezze dopo la IV Crociata, senti la necessità, considerando la vastità dei possedimenti, di accogliere masse di albanesi che già in precedenza si erano stabilite nell’Ellade, in maniera più accentuata in Tessaglia, nel Despotato di Morea e nel Ducato Catalano.

Fin dagli inizi del XV secolo Venezia avvertì che non doveva solo perseguire, come fine ultimo, i suoi interessi commerciali e politici nelle colonie in Grecia, ma di rendere partecipi e quindi integrando nella sue attività di terraferma anche le popolazioni indigene e in particolar modo i greco albanesi. La Repubblica per il consolidamento del suo potere, con acuta spregiudicatezza, adottò nei loro confronti una politica di protezionismo, attraverso aiuti economici, leggi umane e privilegi vari. Essa non usò la insopportabile politica fiscale dei Despoti di Morea che incautamente risvegliò dal torpore e quindi alla rivolta anche i contadini guidata da Pietro Bua dal 1453-1454. Venezia comprese che i greco albanesi in Grecia non erano solo una minoranza culturale, ma anche una comunità affidabile rispetto ad altre popolazioni quali quella Valacca e Slava.

Un primo documento riguardo i privilegi che Venezia offrì ai greco albanesi e non solo è riportato sia da K. Sarthas in Mnemeia che dalla Cancelleria Segreta Veneta.

Immunità fiscale per gli albanesi in Negroponte
Immunitas data venientibus ab extra, habitantium super Insula Negropontis. Sapientes ordinum.
Capta. – Quod addantur gratie alias, videlicet die X° mensis Februarii instantis concesse et facte fidelibus nostri de Nigroponte pro eorum conforto et consolatione, quod considerata fidelitate sua, omnes illi, qui usque in diem presentem sunt cives terra Nigropontis, in facto Civilitatis Veneciarum et navigandi, habentur et tractentur in totum prout habentur et tractantur fidelis nostri de Candia, et Corono, et Mothono, exceptis Iudeis.21
Invito (furono esclusi gli ebrei) a ripopolare l’isola di Eubea o Nigroponte offrendo loro oltre benefici e privilegi di ogni sorta, come anche la Cittadinanza Veneziana, così come è stato fatto per coloro che hanno ripopolato Candia, Corone e Modone. L’anno successivo gli albanesi stabilitisi in Tessaglia e in Livadhja furono "benevolmente"

sollecitati ad insediarsi nell’isola suddetta:

Cancelleriae Secretae
PARS ALTERA
(Deliberazioni Miste)
1402, 20 Aprilis
Quedam provisio facta, pro apopulando Insulam Nigropontis. Sapientes ordinum.

Quod, pro apopulando Insulam nostram Nigropontis, Scribatur et mandetur Regimini nostro Nigropontis, Quod debeat facere publice proclamari, quod quilibet Albanensis, vel alia gens, qui non sint nostri subditi, qui cum equis volent venire et venient ad habitandum, a die captionis presentis partis, usque duo annos proxime sequentes, in Insulam Nigropontis, recipientur et sin tac erunt perpetuo liberi et

absoluti ab omi angaria reali et personali, et sibi donabuntur de terrenis nostri comunis incultis, que tamen sint apta ad laborandum, cum conditionem tamen, quod dicti tales Albanenses et alia gens equestris, teneantur tenere toto equos, quot homines capita familie erunt numero, nec possint recedere de dicta Insula sine licentia dicti Regimini, sed teneatur et debeant, omni vice qua erit necesse, equitare et ire ad defensionem Insule, et offensionem quorumcumque volentium dannificare Insulam nostram predictam, et post mortem eorum, dicta terrena sint et esse debeant suorum heredum, qui habitarent super dicta Insula, cum obbligatione, tenendi angariam predicta. Si vero non haberent heredes, dicta terrena revertantur in nostro comune. Verum dictum Regimen Nigropontis, in facto dandi de dictis territoriis nostri comunis dicti Albanensibus, et aliis equestribus venientibus habitatum in Insula predicta, habeat libertatem dandi predictis illam quantitatem de terrenis nostri comunis, per modum predictum qui ipsi Regimini videbitur, secundum qualitatem personarum, et quantitatem ac conditionem familia illius qui venerit habitatum in Insula predicta.22

Si trattò di un proclama per il ripopolamento dell’isola di Negroponte da parte di albanesi e altra gente che non fossero loro sudditi. Gli Albanesi che vorranno stabilirsi nell’isola saranno resi immuni da ogni tassazione (angaria) e a loro saranno donati terreni incolti affinchè con piena padronanza li potranno coltivare. Quote di terreno saranno donate in base alle esigenze e al numero del nucleo familiare. Se i proprietari delle terre a loro assegnate, dopo la loro morte, non avranno eredi diretti le stesse terre ritorneranno al bene comune (alla disponibilità del Provveditore). In cambio gli albanesi che verranno ad insediarsi nell’isola dovranno allevare tanti cavalli quanti sono i capifamiglia; dovranno difendere l’isola insieme ai veneziani contro le incursioni dei nemici e non potranno abbandonare l’isola senza il permesso del Provveditore del Doge.

Un quarto di secolo dopo la Repubblica reiterò l’invito ai greco albanesi:

1425, 22 maii

Commissum Regimini Nigropontiss, quod permittat omnes illos Albanenses qui voluerint venire ad habitandum in Insulam predictam.

Quod scribatur Regimini Nigropontis in hac forma videlicet:

Sapientes ordinum.

Capta – Intellectis litteris, quibus nobis significastis, quod certa Capita albanensium ducaminis et diversorum locorum numero familiarum trecentarum intraverunt Insulam et illam volunt habitare, quorum adventus videtur summe placere Comunitati nostre Nigropontis, que etiam superinde nostro domino scripsit, Intellecto etiam quantum eorum adventus affert comodum et utilitate dicte Insule, Vobis respondemus cum nostris consiliis rogatorum et additionis, quod placet nobis, et sic vobis mandamus quatenus permittatis dicto albanenses et alio albanenses, qui

vellent venire ad dictam Insulam, ipsam Insulam habitare, providendo et habendo tantem bonam advertentiam, quod non habitent in fortilicia nostra, sed intrare et exire possint ad partem ad partem, et non habitare in eis pro securitate eorum locorum, sed extra persistant et non inferant dammnus subditis nostris.23

Anche in questa richiesta di ripopolamento dell’isola i greco albanesi godettero di privilegi, ma con l’obbligo di non poter abitare nelle fortezze per la loro incolumità, potendo, tuttavia, uscire ed entrare quando lo ritenessero opportuno, evitando di provocare danno agli abitanti stessi.

Un documento incompleto del 1426 riguarda alcune famiglie albanesi che stabilitisi precedentemente in Livadia e in Valacchia (Tessaglia), si insediarono nell’isola:

1426, 21 januarii

Quod scriptum fuit Regimini Nigropontis pro factis Albanensium ((illegibile))................. Quod scribatur nostro Nigropontis in haec forma videlicet:

........Alios autem Albanenses, quos dixistis utile esse, et obedientes, qui de Levadia partibus et de Blachia (Tessaglia) priusquam suprascripti, illuc venerunt, sicunt scripsistis , debeant retinere in Insula, et sibi providere de aliquo territorio nostro comuni, aut de alia..re, ut vivere et stare possint in ea Insula.24

Ma Venezia non si accontentò solo di ripopolare e di porre in sicurezza l’isola di Eubea, in quanto altre cittadelle e basi fortificate dovevano essere regolate in tal senso.

Nella parte sud occidentale del Peloponneso, in Messenia, la Repubblica possedeva dagli inizi del XIII secolo due cittadelle fortezza, esse erano Corone e Modone (gli occhi della Serenissima) ed anche qui essa ritenne opportuno che fossero i greco albanesi, in maniera minore e diversa rispetto Negroponte, a ripopolarla. Infatti le due fortezze non necessitavano di forza lavoro contadino, ma di truppe mercenarie per la difesa e operai addetti al rafforzamento delle loro mura.

Il primo documento che riguarda i rapporti tra gli albanesi e la fortezza di Corone:

1401, 16 februarii

Castellani accipiant XII equites Albanenses, vel alios pro quolibet pro bono ipsorum.

Sapientes ordinum.

Capta. – Quod scribatur et mandetur Castellanis locorum nostrorum Coroni et Mothoni, quod debeant accipiere ad soldum XII Albanenses, vel alios homines confidentes equestres, pro quolibet dictorum locorum, qui sint boni et sufficientes homines, et habeant bonos equos, et arma consueti haberi deinde per tales, dando cuilibet ipsorum de soldo in mense, a quindecim usque viginti yperperos prout melius facere poterunt. Et quilibet ex castellanis in loco sibi commisso, debeant operari dictos equestres vel partem eorum, in mittendo et tenendo ipsos ad loca et passus

Amoree in quibus melius et citius possit sciri adventius et intentio Turchorum vel aliorum volentium venire in Amoream, vel ad damna territorium nostrorum locorum, dando eis inter alia ordinem, quod subito et prestissime, cum sentirent aliquid de predictis novis, veniant ad informandum nostros Castellanos predictos, et debeant operari etiam dictos equestres, in faciendo reduci vilanos dictorum locorum nostrorum ad fortilicia, in casu necessitatis, et in fatiendo alia que videntur necessaria dictis nostris Castellanis, pro bono, custodia, et conservatione dictorum locorum nostrorum declarando dictis Castellanis quod accipiant dictos equestres qui sint homines habentes familiam, et quod sua familia veniat ad habitandum in locis predictis.25

Questo è il primo dei rari documenti riguardanti l’insediamento di albanesi nella fortezza di Corone. Agli albanesi addetti all’agricoltura, insediatisi nelle pianure non distanti di Navarino non era permesso di soggiornare entro le mura del caposaldo veneziano. Il consiglio dei Savi agli Ordini, ordina ai castellani di Corone e Modone di assoldare cavalieri albanesi già in possesso di cavallo che difendano i territori circostanti le fortezze. A questi albanesi è permesso abitare nei pressi delle fortezza con le proprie famiglie.26

De non permittendo... dictos Albanenses intrare loca nostra Coroni et Mothoni cum personis ultra decem.27

: Committuntur quotidie per Stratiotas et Albanenses territorii Corense bannitos, indomitam et superbam nationem.28

Un altro documento risalente al 30 agosto del 1423 ci informa che non più di dieci albanesi potevano entrare in città: dall’inizio del XV secolo, infatti, rappresentavano un pericolo per Corone e Modone, tanto che a partire dal 1423 l’ingresso degli albanesi in questi porti strategici per il controllo marittimo veneziano è limitato a gruppi che non superassero le dieci unità:

L’elemento albanese costituiva dunque per i Veneziani una componente avversa, e tale rimarrà anche in seguito, come si apprende dai testi che il Senato formula contro di loro ancora una volta nel 1489

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Venezia non manifestò mai interesse a reclutare soldati albanesi, in una fase successiva a quella a cui abbiamo fatto riferimento. Questa posizione ostile da parte della Serenissima era destinata a mutare specialmente in Morea al momento dell’invasione turca, quando gli accadimenti dimostrano una riconciliazione tra le comunità albanesi e il potere veneziano. Un testo del 1466 mostra però come, nonostante il cambio di orientamento, il reclutamento di soldati albanesi e greci continuasse a costituire una extrema ratio, come nel caso del governatore di Lepanto, che a essi ricorse solo a fronte delle numerose perdite tra le truppe veneziane.29

L’elemento veneziano deteneva il ruolo di custode del diritto e della sua applicazione, per il semplice ed ovvio motivo che lo esercitava; l’elemento greco e greco albanese fuori dalle mura, invece, risultava indispensabile per Venezia poiché numericamente forte, ma soprattutto fondamentale per il suo ruolo economico, essendo la produzione agricola dipendente unicamente dalla manodopera autoctona. L’ostacolo ad una coesione sociale non nasceva solamente dalla differenza etnica, dalle difformità linguistiche o di tradizioni, né dalla rigida estromissione dai quadri giuridici- amministrativi dei locali, ma risiedeva soprattutto nella tradizione religiosa: benché una delle caratteristiche principali della politica del Comune fosse quella di una grande tolleranza in materia religiosa, nondimeno aveva sottomesso i vescovi greci ortodossi all’autorità della chiesa romana; gli autoctoni, di qualunque condizione sociale fossero arconti, proprietari terrieri, o pariokoi, contadini dipendenti, erano umiliati e disturbati nelle loro pratiche religiose dall’istituzione del doppio culto simultaneo nelle chiese di Romània, sottomesse all’autorità veneta.30

Nonostante gli arconti greci ed albanesi eguagliassero sul piano sociale i feudatari veneziani, continuavano a rimanere dei soggetti esclusi dai consigli locali, dall’arruolamento nell’esercito, salvo casi eccezionali, e dalla pratica del commercio. Relegati, pertanto, nei loro possedimenti, costoro si ritrovavano estromessi dal settore più redditizio, quello appunto del traffico marittimo. La coesistenza delle due comunità era, dunque, messa a dura prova dalle disuguaglianze sociali, giuridiche, economiche e religiose. Venezia, orientando le sue preoccupazioni e attenzioni soprattutto verso lo sfruttamento agricolo e la gestione dei lavoranti nelle terre dei feudatari, affidava, lasciava nelle mani della classe possidente il disciplinamento di tutti quei problemi che apparivano di minor importanza.31

Ma alla Serenissima non bastava solo ripopolare e rendere floridi i suoi possedimenti in Grecia, essa ritenne opportuno, essendo dispendioso assoldare truppe di terra provenienti dall’Europa, per la difesa e quindi per la sopravvivenza delle sue colonie, reclutare truppe indigene e greco albanesi quest’ultimi ormai numerosissimi in Morea. Negli Annali Veneti del Provveditore Generale Stefano Magno, vengono numerati nel 1453 nel Peloponneso circa 30.000 Albanesi.32

caduta di Costantinopoli (1453) XI Paleologo

Pietro Bua

1 A. Vasiliev, Storia dell’Impero Bizantino. Ed. J.Gil. Barcellona 1946 pagg. 613-615.

des Langues Orientales Vivantes"

3 Leontai Makaira o.c. vol I. pag. 16 con nota di K. Sathas.

4 Alain Ducellier, Les Albanais dans l'empire byzantin: de la communauté à l'expansion 17-45, in ΟΙ ΜΕΣΑΙΩΝΑ, Atene 2015.

Costantino

"L'Ecole

ΑΛΒΑΝΟΙ ΣΤΟ

In altri testi si legge che poco dopo la morte dell'ultimo imperatore bizantino 30.000 albanesi, artigiani, militari, pastori e contadini, sotto il comando di si sollevarono in rivolta contro i due fratelli, Tommaso e Demetrio, a causa della cronica insicurezza in cui versavano e dello scontento che aveva suscitato il pagamento del tributo ai turchi.33

2 Si tratta del manoscritto originale delle Cronache di Cipro, rinvenuto ad Oxford, fu pubblicato nel 1882 da il cui testo greco fu curato da Emmanuel Miller e Kostantinos Sathas. Leontai Makaira, Cronique de Chypre (testo greco cipriota). Pubblicazione a cura di E. Miller e K. Sathas ( Ecole des Langues

Orientales Vivantes). Paris, Ernest Leroux Editeur. 1882.

5 Cantacuzeno Historia Libro 2 cap. 24. - Angelo Masci Discorso sugli Albanesi del Regno di Napoli. Marco Editore Lungro CS 1990. pag. 74

6 Cantacuzeno Historia Libro 2 cap. 28. – Angelo Masci, o.c. pag. 74.

7 A. Rubio y Lluch, Diplomatari de l’Orient Català (1301-1409). Colleciò de documents per la a Historia de L’expediciò Catalana a Orient Y del Ducats d’Atens y Neopatria. Barcellona Institut d’Etudis Catalans 1947 p. 159.

8 A. Rubio y Lluch, o.c. Doc. DXXXVI pag.583.
9 Arx. Corona Aragò, reg.987, f.177.
10 V. Panayotopoulos, Πληθυσμός καί οικισμοί της Πελοποννήσου (13ος - 18ος αιώνας), Athènes 1985) 11 ibidem, V. Panayotopoulos, ibidem, 78 et succ. V. Panayotopoulos 81.

12 ZAKYTHINOS, Le Despotat grec de Morèe 1262-1469, Paris –Athènes 1932-1953, II, 3. 8.- ZAKYTHINOS, Despotat, II, 32. 9.- ZAKYTHINOS, Despotat, II, 33. 10. PANAYOTOPOULOS, ibidem, 94. 11. Ibidem, 95. 12. Cfr. ZAKYTHINOS, Despotat, II, 33.

13 J. Fallmerayer, Storia della penisola di Morea durante il Medioevo- - vol. II. La Morea devastata dalle guerre interne tra Franchi e Bizantini e inondata dai coloni Albanesi, viene infine conquistata dai Turchi. Dal 1250 al 1500 dopo Cristo. Stoccarda e Tubinga 1836.

14 ZAKYTHINOS, Despotat, II, 32. 12

15 PANAYOTOPOULOS, o.c. 94.

16 K. Sathas, Documents inedits relatifs a l’histoire de la Grece au moyen age vol. IV pag. 77.

17 W. MILLER, Oi ηγεμόνες χής Πελοποννήσου, Νέος Ελληνομνήμων 21 (1927), 298.

18 L. VRANOUSSI, Deux documents byzantins inédits sur la présence des Albanais dans le Péloponnèse au XVe siècle 293-305 in ΟΙ ΑΛΒΑΝΟΙ ΣΤΟ ΜΕΣΑΙΩΝΑ, Atene 2015

19 L. VRANOUSSI, cit pag. 298.

20 Nell’Archivio di Stato di Corfù non esistono che pochi residui. - Cfr. per le Signorie feudali nell’Arcipelago e in Grecia: HOPF C., Dissertazione documentata sulla storia dell’isola di Andros e dei suoi signori dall’anno 1207 al 1568, traduzione dal tedesco di G. B. Sardagna, Venezia, tip. del Commercio, 1859; HOPF C., Dissertazione documentata sulla storia di Karystos nell’isola di Negroponte, versione dal tedesco con aggiunte dell’autore falla da G. B. Sardagna, Venezia, P. Naratovich, 1856; HOPF C., Di alcune dinastie latine nella Grecia, traduzione dal tedesco di G. B. Sardagna, in «Archivio Veneto», tomo XXXI, 1886; FOLKERINGHAM, Marco Sanudo conqueror ofthe arcipelago, Oxford, 1915; DE MAS LATRIE L., Les ducs de l’Archipel ou des Cyclades, in «Monumenti» della R. Deputazione veneta di Storia Patria, serie IV, misc. vol. IV; DE MAS LATRIE L., Les princes de Moree ou d’Achaie 1203-1461, in “Monumenti” della R. Deputazione veneta di Storia Patria, serie IV, misc. vol. II.-Per le Isole Jonie Cfr. Cfr.: ROMANO C., Dell’Archivio di Corfù, in «Atti» dell’Istituto Veneto, 1868; LEVI C. A.., Venezia, Corfù e il Levante, relazione storico- archivistica, Venezia. Ferrari, 1907; LUNZI, Della condizione politica delle isole Ionie sotto il dominio Veneto, Venezia, 1858.

  1. 21  ASV Cancelleria Secreta Reg.° 45, 1400-1401, c. 138.

  2. 22  Documents inedits relatifs a l’histoire del Grece au Moyen Age.

  3. 23  ASV Cancelleria Secreta. Reg. 35-1424-1425, c. 113 e K. Sathas o.c. vol. III pag. 126.

  4. 24  ASV Cancelleria Secreta – Reg. 56, 1426 1428 c, 70, t.

  5. 25  ASV Reg°. 45, 1400 – 1401, c. 139 t°. - K. Sathas o.c. Vo.II pag. 96.

  6. 26  ibidem

  7. 27  K. Sathas, o.c. Vol .I, Paris 1880, n. 90, p. 151, 30 agosto 1423.

  8. 28  K. Sathas, o.c. VII, n. 96, p. 47, 31 ottobre 1489.

ASV Reg.° 46, 1400-1405, c. 15, t.°

- K. Sathas,

Vol. IV pag 111.

29 Ardian Muhaj, Le origini economiche e demografiche degli Arberesh in Italia nel Medioevo alla prima età moderna, in Rivista di Studi Storici Umanistici Basiliskos. Istituto di Studi Storici per la Basilicata Meridionale anno III 2012 p. 24.

30 A.CARILE, Una lista toponomastica di Morea del 1469, in «Studi Veneziani», XIV (1972) pp. 385-404. Si vedano anche gli studi di G. ORTALLI, Venezia e Creta: atti del convegno internazionale di studi Iraklion-Chaniaà, Venezia 1998 e di S. BORSARI, Il dominio veneziano a Creta nel XII secolo, Napoli 1963.

31 Giulia Giamboni, L’amministrazione Veneziana di Corone e Modone (secoli XIII e XV) Il regimen Coroni Methoni, pag. 46. Università Cà Foscari Venezia 2012.

32 A. Zakythinos, Le Despotat Grec de Moree. Paris 1932. pag. 126.

33 Franz Babinger, Maometto il conquistatore, pag. 196- Einaudi editore- Torino 1957.- D. Cassiano Storia di minoranze Albanesi in Calabria- Vaccarizzo Albanese. Ed. Book Sprint 2017. P. 66.

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